Il popolo



Lettera dal carcere
In celle sovraffollate, dove si riescono a cogliere i suoni del respiro e dei singhiozzi, e dei flati più indecenti, dove il sudore si appiccica sulla pelle, così come intinge i succinti indumenti che i detenuti indossano, e dove l’unico rubinetto presente nella stanza deve placare sete e bisogno di acqua per le abluzioni di tutti gli occupanti e per rinfrescarti, in queste giornate di caldo umido e insolente, l’abbattimento improvviso delle temperature, la pioggia che massaggia con forza i cortili dei passeggi, i tetti del carcere ed i mille percorsi interni di un istituto, è un dono di Dio, come per i beduini nel deserto.
Il ritorno a una temperatura sopportabile ti calma, ti consente di parlare con gli altri attenzionando le cose che dici e le tue reazioni, ti consentono di guardare con interesse le sbiadite immagini che provengono da vecchi e gracchianti televisori, ti consente di impegnarti nel piccolo lavoro artigianale che stai curando e che donerai non si sa ancora a chi, forse a tuo figlio quando verrà ai colloqui, forse alla tua donna o a tua madre, forse allo stesso direttore perché una volta ha mostrato di ricordarsi il tuo nome…
Anche per i poliziotti penitenziari la pioggia è benedetta: lavorano spesso in condizioni pietose, in ambienti privi di aria condizionata e dove la frescura viene ricercata “aprendo” tutte le finestre protette dalle pesanti sbarre, alla continua ricerca dei posti dove si possa vigilare usufruendo di un maggiore circolo d’aria.
Quando entrano nel mio ampio ufficio, dove il ventilatore senza mai fermarsi mi dona sprazzi di respiro, leggo e comprendo dai loro occhi una linea di invidia e non li biasimo: forse dovrei spegnerlo per mostrare maggiore solidarietà, ma non lo faccio, so che se dovessi sprofondare nel caldo non riuscirei neanche più a leggere la più semplice delle carte, spero che mi perdonino e comprendano.
Intanto aspettiamo di vedere realizzato “il piano straordinario delle carceri” e noi tutti operatori penitenziari voliamo con la fantasia: immagino architetti di grido, Renzo Piano tra tutti, che discetta sulle soluzioni innovative che propone, vedo costruzioni bellissime e dai colori chiari, piene di aree verdi e con fontane sgargianti, con postazioni dignitose per i “baschi blu”, con uffici gradevoli per il personale che al loro interno lavora, dove i magistrati ben volentieri si apprestino per compiere i loro atti giudiziari (convalide degli arresti, interrogatori), dove i detenuti barattano soltanto la loro libertà per i torti che hanno causato e non anche la dignità, dove i familiari incolpevoli delle persone detenute siano accolti con l’attenzione che merita ogni cittadino che ha un rapporto con la pubblica amministrazione, dove la pulizia, l’ordine e il valore del rispetto verso ogni persona compaiano in ogni anfratto dell’unico vero posto dove “comanda”, solo ed esclusivamente, lo Stato.
Nel frattempo mi godo la frescura della pioggia…
Enrico Sbriglia
direttore del carcere di Trieste
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