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L’evoluzione del mondo contemporaneo

Per esempio “eroe”
Volevo scrivere qualcosa sugli eroi di Kabul ma, come spesso mi succede, non ho trovato le parole giuste per farlo. I miei pensieri non sono supportati dalla capacità letteraria di esprimerli.
Ho trovato sul blog di Diego Cugia un post molto toccante e con la speranza che non si offenda ne riporto una parte.
Un militare professionista, se muore, è un eroe. Anche se è saltato su una mina come migliaia di bambini che non c’entrano nulla con la guerra. Morti per caso. I bambini senza gambe o trucidati non sono eroi, sono “effetti collaterali”, nel più compassionevole dei commenti “piccole vittime” senza nome. Se un soldato professionista muore in missione di guerra (le missioni di pace non bombardano) secondo noi è un eroe.
Quando le parole perdono senso perde senso anche la vita. Ci perdiamo e affoghiamo in questo brodo di parole. Naturalmente provo dolore per i militari italiani vittime di un attentato a Kabul. E una profonda tristezza per le loro vedove, i piccoli orfani, che (trascorsa la commozione nazionale, che da noi dura meno di un week-end) saranno (come molti di noi del resto) abbandonati a se stessi da una patria patrigna. Ma lo stesso dolore, la medesima compassione, come puoi non provarla di fronte al triplo dei civili afghani saltati per aria, uccisi nell’identico modo? Vorrei una TV che ci raccontasse le loro vite esemplari allo stesso modo di come si celebrano quelle dei parà. Vorrei conoscere le loro vedove, i loro orfani. Ma un bambino di Kabul, i suoi giochi, i suoi sogni e speranze, saltate in aria con lui, non ha nome né storia per noi. Questa maleducazione umanitaria si chiama disuguaglianza. L’uguaglianza noi non la digeriamo, tanto che ci abbiamo fatto un partito che se ne fa un vanto di contrastarla: la Lega. Quel partito ci governa. E siamo passati da De Gasperi a Borghezio in un battito di ciglia della storia.





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